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Cassazione | Avvocato - codice deontologico - richiesta di compensi manifestamente sproporzionati rispetto all'attività svolta

(Law Cases)


Date: 20/01/2014

Court: Cassazione civile - sez. un.

Place: Roma

Number: 1007

In sede di accertamento della violazione dell'art. 43 del codice deontologico forense per la richiesta di compensi manifestamente sproporzionati rispetto all'attività svolta, il giudice disciplinare è tenuto a prendere in esame non soltanto le fatture indicative dell'attività svolta, ma anche le risultanze di causa. Eventuali accordi tra il professionista e il cliente, che abbiano ad oggetto compensi di misura superiore a quella prevista dai massimi di tariffa, sono da ritenersi di per sé legittimi qualora ne venga data prova in giudizio.




SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Vicenza, con deliberazione del 2.3-6.4.2011, irrogò all'avvocato G.F. la sanzione disciplinare della sospensione dall'esercizio professionale per mesi due perchè ritenuta responsabile " della violazione dell'art. 43 del codice deontologico forense e in particolare di richiedere compensi manifestamente sproporzionati rispetto all'attività svolta nonchè dei doveri di probità, dignità e decoro e di quelli di correttezza e lealtà professionale, per avere incassato, trattenendo dai fondi liquidi della massa ereditaria relativa alla successione del sig. S.F., la somma di Euro 344.189,13 a titolo di compenso per l'attività professionale svolta sino al febbraio 2006 con riferimento a detta successione ereditaria e avente per oggetto, in particolare, la divisione del solo patrimonio mobiliare investito nel conto n. (OMISSIS) acceso presso Unicredit Banca spa del valore complessivi di Euro 1.390.892,70".
L'avvocato G. impugnò la deliberazione davanti al Consiglio Nazionale Forense sostenendo l'erroneità in ordine all'oggetto dell'incarico ed alle prestazioni compiute; l'erroneo calcolo del valore della pratica e la conseguente congruità dei compensi riscossi; la rilevanza dell'accordo intercorso tra cliente ed avvocato con riferimento alla determinazione dei compensi e delle dichiarazioni liberatorie dagli stessi rilasciate; l'eccessività della sanzione inflitta.
Il Consiglio Nazionale Forense, con decisione del 25.2.2013, accolse parzialmente il ricorso con riferimento all'entità della sanzione disciplinare irrogando quella della censura.
G.F. ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.
Gli intimati Consiglio dell'Ordine di Vicenza e Procuratore generale presso la Corte di Cassazione non hanno svolto attività.


MOTIVI DELLA DECISIONE
Con il primo motivo la ricorrente denuncia in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione ed erronea applicazione dell'art. 5, comma 4, delle norme in materia stragiudiziale del D.M. n. 127 del 2004 e dagli artt. 10 e 12 c.p.c.; in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 insufficiente e contraddittoria motivazione.
La ricorrente censura la decisione impugnata per avere ancorato il giudizio di "eccessività e sproporzione" dei compensi ottenuti, non all'attività in concreto svolta - come prescrive l'art. 43, canone 2^, del Codice Deontologico Forense -, bensì "assumendo a riferimento l'indicazione (formale ma incompleta) desumibile dalle fatture emesse a fronte dei compensi complessivamente ricevuti".
Il motivo non è fondato.
Il giudice disciplinare - al fine di pervenire ad un giudizio di "eccessività" dei compensi richiesti - non si è limitato a prendere in esame soltanto le fatture - peraltro indicative dell'attività in concreto svolta -, ma ha esaminato le risultanze di causa concludendo che "i compensi richiesti superano di gran lunga i massimi consentiti dalle tariffe all'epoca in vigore" proprio "tenuto conto dell'attività professionale espletata" (pag. 5 della sentenza).
In sostanza, il valore dell'oggetto (Euro 1.433.000,00) era relativo al solo patrimonio mobiliare ed è in riferimento a questo ed all'attività professionale fino a quel momento svolta - di cui è traccia nelle fatture prodotte - che l'Organo disciplinare ha formulato il suo giudizio.
Ed anzi, dopo avere evidenziato che la documentazione prodotta dall'incolpata non è stata sufficiente a rappresentare "un incarico di valore decisamente più consistente rispetto a quello indicato nel capo di incolpazione", ha ulteriormente sottolineato: "E' peraltro incontrovertibile la circostanza che, sebbene l'avv. G. possa avere ricevuto incarichi plurimi e con oggetto sensibilmente diverso dagli undici chiamati alla successione del sig. Stabile, l'importo richiesto con le fatture prodotte, il cui oggetto non lascia dubbi all'interprete, ed ottenuto attraverso il pagamento/prelievo dal conto corrente, nel quale era confluita la liquidità del patrimonio mobiliare disinvestito, è riferibile esclusivamente all'attività professionale svolta fino a quel momento e come tale appare eccessivamente sproporzionato rispetto al valore dell'oggetto".
Segno questo di un esame puntuale delle risultanze probatorie e delle eventuali attività professionali specifiche espletate.
Con il secondo motivo si denuncia in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione, falsa ed erronea applicazione dell'art. 43 Cod. Deontologico Forense in relazione all'art. 2233 c.c., comma 1.
In relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omessa motivazione circa il fatto decisivo della prova dell'accordo sui compensi.
Il motivo non è fondato.
Al di là della legittimità di un eventuale accordo fra professionista e cliente in ordine alla corresponsione di compensi in misura superiore a quella prevista dai massimi di tariffa, quel che qui rileva è che la sentenza impugnata - richiamando la decisione adottata sul punto dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Vicenza - ha dato atto di un difetto di prova di un tale accordo.
Peraltro, la proporzione dei compensi all'attività svolta è criterio generale richiamato, oltre che dall'art. 43 del codice deontologico, anche dall'art. 45 in materia di accordi sulla definizione del compenso.
Si tratta, pertanto, di un criterio generale posto a tutela del cliente; in ogni caso, nella specie, superato dalla mancanza di prova di un tale accordo; valutazione questa spettante al giudice disciplinare, che, implicitamente, ha ritenuto il difetto di decisività delle generiche indicazioni fornite dal teste Z., come riportate in ricorso.
Conclusivamente, il ricorso è rigettato.
Nessun provvedimento è adottato in ordine alle spese, non avendo gli intimati svolto attività difensiva.
Risultando dagli atti che il procedimento in esame è considerato esente dal versamento del contributo unificato, non si deve far luogo all'accertamento di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 1 quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.


P.Q.M.
La Corte, pronunciando a sezioni unite, rigetta il ricorso. Nulla spese.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte di cassazione, il 26 novembre 2013.
Depositato in Cancelleria il 20 gennaio 2014

Mon Sep 08 17:59:20 CEST 2014



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