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LUDOVICO GAMBERINI

No alla sospensione condizionale della pena per i reati di competenza del Giudice di Pace: legittimità costituzionale dell'art. 60 d.lgs 274/2000

(News & Articles)


Con la sentenza n. 47 del 2014, depositata in data 13 marzo 2014, la Corte Costituzionale, dopo aver in passato già dichiarato inammissibile la valutazione sul punto per questioni processuali, decide per la prima volta nel merito in ordine alla legittimità costituzionale della normativa che prevede l'inapplicabilità, per i reati di competenza del Giudice di Pace, dell'art. 163 c.p.p.

In particolare circa la lamentata violazione dell'art. 3 Cost., il giudice rimettente rileva come l'inapplicabilità del beneficio della sospensione condizionale della pena anche per i procedimenti dinnanzi al giudice di pace si determinerebbe una irragionevole disparità di trattamento tra i reati di competenza del giudice di pace e quelli di competenza del tribunale in composizione monocratica parimenti puniti con pena pecuniaria.

Secondo la Corte costituzionale anche in ambito sostanziale si deve richiamare, mutatis mutandi, l'orientamento della giurisprudenza della Corte che << ha reiteratamente affermato che la giurisdizione penale del giudice di pace presenta caratteristiche peculiari, esprimendosi in un modulo processuale improntato a finalità di snellezza, semplificazione e rapidità, tali da renderlo non comparabile con il procedimento davanti al tribunale e da giustificare comunque sensibili deviazioni rispetto al modello ordinario (ex plurimis, sentenze n. 64 del 2009 e n. 298 del 2008; ordinanze n. 56 e n. 32 del 2010, n. 28 del 2007)>>.

La simmetria tra la pena pecuniaria inflitta per reati di competenza del giudice di pace, non sospendibile, e quella inflitta per reati attribuiti alla competenza del tribunale, che può essere invece sospesa, è in effetti solo “formale”. Il divieto censurato non può essere valutato isolatamente, senza tenere conto delle connotazioni complessive del “microcosmo punitivo” in cui si inserisce e da cui ripete la propria giustificazione, come questa Corte ha, del resto, già segnalato – sia pure nell’ambito di pronunce di manifesta inammissibilità per ragioni processuali – nelle due precedenti occasioni nelle quali le è stata sottoposta, in riferimento all’art. 3 Cost., la questione di legittimità costituzionale della norma oggi denunciata (ordinanze n. 370 del 2004 e n. 290 del 2003).

In particolare nella pronuncia de qua, i Giudici delle Leggi hanno precisato come «I tratti d’assieme dell’apparato sanzionatorio dei reati di competenza del giudice di pace, composto da sanzioni con modesto tasso di afflittività e carenti di effetti desocializzanti, da un lato; le peculiari coordinate del procedimento all’esito del quale dette sanzioni sono applicate, volte a privilegiare soluzioni deflattive e conciliative, anziché repressive, dall’altro: sono questi gli elementi che – alla luce della funzione dianzi evidenziata, intesa a dar corpo alla seconda metà della direttiva del «diritto mite ma effettivo» – impediscono di scorgere nella preclusione denunciata un vulnus al principio di eguaglianza»

Sun Mar 16 07:51:42 CET 2014




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http://www.cortecostituzionale.it/actionPronuncia.do

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