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SEBASTIANO DE FEUDIS

Il processo decisionale pubblico tra la tutela dell’interesse generale e la rappresentanza degli interessi particolari: il ruolo dell’attività di lobbying

(News & Articles)


L’interesse generale non esiste; esiste l’interesse d’individui, di gruppi.

Se l’interesse generale esistesse, l’ideale sarebbe far diventare generale l’interesse particolare.

Un ruolo, questo, geneticamente funzionale alle attività di lobbying.

Alla democrazia italiana, caratterizzata da un sistema d’intermediazione degli interessi frammentato ed inefficiente, sarebbe utile un lobbismo di questo tipo, purché organizzato e regolato dalla legge.

Soprattutto sarebbe utile un’attività di lobbying che risponda ad una logica Win-Win (una decisione che non scontenta o danneggia alcuno dei soggetti coinvolti); fondamentale per regolamentare gli interessi in gioco in una società complessa come la nostra.

Nel sistema politico-economico-istituzionale italiano la rappresentanza professionale degli interessi – il cosiddetto lobbying – continua, però, a non essere regolamentato da una normativa organica e trasparente.

Questo ritardo, rispetto ad altre democrazie avanzate, non solo incide negativamente sui processi decisionali e sulla qualità delle politiche pubbliche, ma lascia ampio spazio a comportamenti e scelte spesso lesivi della libera concorrenza, della legalità e dell’interesse pubblico.

L’assenza di regolamentazione non ha implicato, però, l’inesistenza di canali di accesso alle Istituzioni o l’impossibilità, per i gruppi, di costruire contatti formali o informali con i decisori pubblici con strumenti, essenzialmente, di natura informativa.

Anche se nell’attuale contesto storico l’informazione, per essere più credibile, viene gestita da terze parti indipendenti: gruppi di interesse, think tank, advocacy group, etc. che tendono ad influenzare le opinioni più che le decisioni.

I decisori pubblici, peraltro, dovrebbero avere il massimo interesse affinchè dei professionisti preparati illustrino loro materie complesse, aiutandoli a conoscere le conseguenze delle proprie decisioni.

Il lobbying da solo, però, non può̀ garantire il corretto funzionamento di un sistema decisionale democratico. Né è parte, ma non lo completa.

L’attività di lobbying ha necessità della “democrazia partecipativa” che conta ovunque nel mondo esempi eccellenti. Casi in cui il virtuosismo degli amministratori e la buona volontà dei cittadini hanno contribuito a creare piccoli “paradisi democratici”.

A sua volta, la ricetta democratica, da sola, non basta a rendere un sistema funzionante.

In società complesse e stratificate gli interessi in gioco sono talmente numerosi – e diversi tra loro – che pretendere di affidarne la tutela al solo “metodo democratico”, ingabbiandoli all’interno di sterili procedure amministrative (come avviene oggi), è ingenuo.

L’attività di lobbying e la democrazia partecipativa solo assieme sono funzionali ai sistemi democratici poiché con un’attività congiunta ne correggono le deviazioni e le inefficienze.

Con la democrazia partecipativa si coinvolgono direttamente i cittadini nell’assunzione delle decisioni.

Con la rappresentanza professionale degli interessi ci si serve di un mediatore esterno, di un “filtro” tra cittadini e decisori pubblici.

Quest’ottica permette di interpretare il lobbying come un’attività che può contribuire a migliorare la qualità delle decisioni e, soprattutto, ad accelerare i tempi della loro attuazione.

Un principio simile alla celebre frase di John Fitzgerald Kennedy che affermò: I lobbisti sono quelle persone che per farmi comprendere un problema impiegano dieci minuti e mi lasciano sulla scrivania pochi fogli di carta. Per spiegarmi lo stesso problema, i miei collaboratori impiegano tre giorni e decine di pagine.

Ne discende, infine, come ultimo corollario: l’esigenza di una regolamentazione normativa dell’attività di lobbying.

Le regole sono essenziali per la democrazia, così come sono essenziali i valori (l’ordinamento giuridico si fonda prima su valori e poi sulle norme).

Le regole servono per evitare caos e arbitrio (nel caos vince sempre il più potente) e per garantire certezza per tutti quelli che giocano la stessa partita.

La democrazia è basata sulla trasparenza; irreprensibile direi.

In un contesto regolamentato l’esclusione all’interno della decisione pubblica di un interesse coinvolto durante la fase del dialogo informativo con i gruppi, implicherebbe per l’autorità pubblica il sorgere di un costo in termini di reputazione e consenso politico.

In un contesto privo di normative in materia di relazioni istituzionali tali costi potrebbero essere irrilevanti per il decisore pubblico, dal momento che non esiste alcun obbligo di ricevere informazioni da parte dei gruppi di interesse.

Un’attività di lobbying regolamentata, quindi, renderebbe il nostro paese più competitivo perché sarebbe funzionale al perseguimento del fine ultimo dei decisori pubblici: il contemperamento degli interessi pubblici attraverso la scelta della migliore o più efficace decisione.

Le decisioni errate, infatti, generano contrasti e contenziosi che si traducono in costi per la collettività.

Al contrario, in un quadro privo di regole vince il più forte contro il più debole; anzi, oggi, il più veloce contro il più lento.

Sebastiano de Feudis

Fri Jan 27 18:06:13 CET 2017



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